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Sorprese nel deserto (parte III)

Finalmente il mare. Il paesaggio cambia, ma non di molto, sempre piatto e giallo, con una striscia blu che corre verso l’orizzonte. Sulla costa il deserto sembra voler inglobare gli antichi villaggi di pescatori cresciuti in fretta. Ad Al-Wajh le vecchie abitazioni arabe, realizzate con blocchi di corallo, sono reliquie di storia travolte dalle antenne a parabola puntate verso i satelli delle stazioni televisive del mondo esterno, verso l’emittente Al Jazeera. Il quartiere antico è ricco di masharabija, le griglei ai balconi che consentivano alle donne di guardare in strada senza essere notate.
Con il Mar Rosso sulla sinistra si arriva fino a Duba, circondata da tangenziali, rotonde e spartitraffico dalle forme più bizzarre, simili a giochi per luna park, dipinti con colori sgargianti.

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  • Sorprese nel deserto (parte II)

    Un tempo da Al-Ula passava la “Via dell’incenso”. Le carovane che salivano dallo Yemen puntavano verso nord, verso Petra, e sbucavano in Palestina cariche di spezie. Da Gaza le merci partivano per l’Europa. In Arabia, i dromedari facevano tappa presso l’antica Hegra, che si trova a mezz’ora di auto da qui, da Al-Ula. Fondata dai Nabatei, Hegra è la stupenda sorella di Petra, con una sola diffrenza: qui di turisti non c’è neppure l’ombra. Solo pochi sparuti ricercatori che rimangono meravigliati davanti alle 130 tombe scavate nella roccia in stile ellenistico e che il tempo ha conservato come relitti di navi arenate in pieno deserto. Con Hegra alle spalle, in poche ore si precorrono centinai di chilometri sull’asfalto liscio come l’olio. Sempre attraverso il deserto andaimo verso il Mar Rosso. Povero Wilfred Patrick Thesiger con le sue carovane di dromedari!

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  • Sorprese nel deserto (parte I)

    Sì, per respirare il deserto bisogna lasciarsi alle spalle Jeddah e venire fin quassù. Per prima cosa bisogna buttare vi i ilibri, tutti quei classici che parlano dell’Arabia Felix, di un mondo che oggi non c’è più. E i pregiudizi. Non aspettarsi null’altro che stupore. Le idee preconcette devono finire coperte dalla sabbia che adesso viene alzata dal vento, il cui sibilo è l’unico rumore nel nulla di questo deserto. In pochi minuti spariscono anche i nostri piedi. Al mio fianco, il copricapo di Khaled, il ghoutra a quadri bianchi e rossi, è come una bandiera che sbatte su un pennone di una nave.
    Il suo thobe, la tunica bianca immacaolata, prende forme strane, si gonfia. Fra poco Khaled potrebbe volare via in questo oceano giallo i cui confini sono davvero inconsueti: da una parte la modernità e dall’altra la tradizione più rigida. Khaled ora prepara il tè, silenzioso. Accende il fuoco sulla sabbia. Il tramonto sta per arrivare e si avvicina l’ora della preghiera, quindi bisogna sbrigarsi.

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