Quello che la storia ci ha lasciato in eredità è una delle capitali più lusitane del Brasile, con un’impronta architettonica tipicamente portoghese nei quasi 4000 edifici sorti in quattro secoli. Sono tutti concentrati in un segmento della città conosciuto come la Zona, in pratica il centro storico, figlia degli anni in cui il pil delle potenze economiche mondiali era fortemente legato al mercato del cotone e della canna da zucchero. Da quei tempi Sao Luis ha ereditato i nipoti degli schiavi: oggi è una città ancora pià nera di Salvador di Bahia. Le testimonianze sono numerose, a partire dal Museo do Neglio, ospitato nel Cafuà das Merces, l’antico mercato degli schiavi, dove sono esposte opere d’arte africanca e strumenti musicali utilizzati nei terreiros, i luoghi deputati al culto delle religioni afro-americane.

Uno dei terreiros più importanti di Sao Luis è la Casa de Minas, nel quartiere Madre Deus: un luogo di culto fondato da schiave africane di etnia mana. Le pareti della casa, che secondo alcuni documenti è attiva dal 1830, sono dipinte di rosso e giallo. Il pavimento, su cui riposa una pingue colonia di gatti, è in terra battuta. Rossa anche lei. Nel giardino troneggia un maestoso albero di caju: sotto le sue fronde vengono celebrate funzini sacre la cui liturgia richiede l’utilizzo dei tambor de minas. La storia della casa, dedicata alla divinità vudù Zomadono, ci viene raccontata da Deni, una vispa ottuagenaria, l’odierna mae de santos (capo spirituale) dei terreiros:

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«Questa casa fu aperta da Nan Aguntini, Maria Gesuina secondo il nome da schiava. Era una sacerdotessa proveniente dal regno di Daomè, l’attuale Benin. Era colta ed era la vedova di un re che aveva avuto un figlio da un’altra donna. Nan Aguntini si oppose alla politica del figliastro che, una volta salito al trono, iniziò a trattare con i mercanti di schiavi. Una scelta che le costò l’arresto e, successivamente, l’invio in catene, come schiava, in Brasile. Morì proprio in questa casa, senza raccontare a nessuno le sue origini».
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