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La vista sul Bosforo che si gode dalle vetrate dell’Istanbul Modern è incantevole; inquadra il Corno d’Oro e tutto quello che ha reso unica questa città nei secoli. Il Gran Bazar, il più grande mercato coperto del mondo, è sempre più attrazione turistica, che però si anima uscendo all’aperto, dove somiglia a un mercato rionale diviso per settori: qui gli abiti, lì le scarpe, laggiù gli utensili in alluminio, appena prima degli oggetti in vimini. Appena fuori dal Mercato delle spezie, invece, si vendono solo animali, comprese certe sanguisughe scure che galleggiano dentro ai bidoni di acqua sporca.
Qui le persone si muovono compatte, le donne sono un lampo di colore: una maglietta rossa, i capelli tinti con l’henné, un chador svolazzante.

La “doppia vita” di Istanbul sembra più evidente che altrove. Alla Moschea Blu si entra solo a capo coperto. Nei cortili interni, però accanto alle vasche per le abluzioni rituali qualche baffuto pellegrino fotografa con serenza soddisfazione le gambe nude di un’ignara turista. Poco lontano, davanti alla massa squadrata e un pò sgraziata di Santa Sofia, cattedrale divenuta prima moschea e poi museo in cui coesistono mosaici bizantini e dlicati merletti di pietra, le scolaresche in gita sfilano più o meno ordinate verso l’entrata; preadolescenti in divisa, bambini con piccole macchine fotografiche digitali, adolescenti velate che indossano lunghe gonne e magliette a strati.

Moschea Blu

Nel complesso di Topkapi, la residenza reale, è lo stesso: spolverini e chador colorati si mescolano a jeans aderenti e T-shirt.
continua

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