Santo Domingo, caccia ai tesori (parte II)

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Proseguendo lungo la costa, in direzione del confine con Haiti, si può fare un salto sino alla spiaggia di Bahìa de las Aguilas, la più selvaggia di tutta la Repubblica Dominicana. Arrivati a Cabo Rojo si prosegue sino a Las Cuevas, un minuscolo villaggio di pescatori. Guardandosi intorno ci si accorge di essere completamente fuori dal tempo: strade sterrate, baracche color pastello, bambini che giocano scalzi vicino ai resti di un grande falò e un filo di musica che arriva da una vecchia radiolina. I pescatori del posto sono disponibili a noleggiare una barca, con la quale vale la pena costeggiare una serie di scogliere ricche di faraglioni e anfratti naturali, dominate da una vegetazione a base di cactus, fino ad arrivare ad una spiaggia che, per estensione assoluta mancanza di presenza umana, non può che esaltare il Robinson Crusoe che c’è in ognuno di noi.

IL TESORO DEL “FINTO” TURCHESE
Baoruco
è la patria della carabinè, una danza legata alle tradizioni musicali della costa occidentale della Repubblica Dominicana. È un piccolo villaggio di baracche tinteggiate con colori viva, poco lontano dal confine con Haiti. Alle spalle, ripide e nebbiose montagne; davanti, un mare azzurro e una spiaggia sassosa orlata di palme.

A Baoruco abita qualche centinaio di famiglie che non vivono di pesca, ma cercando il larimar, una pietra locale che è azzurra come il turchese. Nell’isola non c’è bottega di resort o bancarella di mercatino che non commercializzi collane e orecchini al larimar, che nel resto del mondo è introvabile. A intuirne le potenzialità economiche, durante una passeggiata sulla spiaggia circa 35 anni fa, fu Miguel Mendez. Capì che quelle pietre non arrivavano dal mare, ma che il filone principale si trovava sulla montagna alle spalle del borgo. Battezzò la pietra miscelando il nome della figlia, Larissa, con la parola “mare”, per via dell’evidente affinità cromatica.
Oggi un migliaio di persone estraggono il larimare dal cuore della montagna. Per raggiungere la zona della miniere bisogna prendere un motoconcho, una moto che qui funge da taxi, e inerpicarsi su una strada ripida e fangosa. Si arriva in un mondo a parte, fatto di pozzanghere, rumorosi generatori di corrente, cavi, tronchi di legno e baracche. Un universo dove si aggirano uomini, donne, bambini, cani e qualche pollo. Persino un gallo, che canta anche se sono già le dieci del mattino.


Qualcuno è a torso nudo,, qualcun altro magari è in giacca a vento. Ai piedi, stivali di plastica o ciabatte. In testa, cappellini da baseball per gli uomini, foulard per le donne. Le nuvole basse creano un costante effetto flou. I minatori, per la maggior parte di origine haitiana, s’infilano in cunicoli che scendono per circa 35 m e lavorano con piccone e pala in uno spazio angusto. La temperatura è simile a quella di un bagno turco, una condizione che deve piacere molto alle zanzare, che infestano alcune gallerie.

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